Di seguito trovate il testo dell'articolo a pagina 14 e 15 del numero di Febbraio 2026 di Progresso Sociale del SIT.
Difendere il servizio pubblico: perché dire no all’iniziativa “200 franchi bastano”
L’iniziativa popolare “200 franchi bastano” viene spesso presentata come una semplice misura di risparmio: ridurre il canone radiotelevisivo per alleggerire il carico sulle economie domestiche. In realtà, dietro questa formulazione apparentemente innocua, si cela un progetto ben più radicale: dimezzare il budget della SSR, mettendo in discussione l’esistenza stessa di un servizio pubblico radiotelevisivo forte, indipendente e radicato nelle regioni.
È inoltre fondamentale ricordare che, a prescindere dall’esito della votazione di marzo, la SSR è già oggi chiamata a realizzare risparmi pari a circa il 17% del proprio budget, su mandato del Consiglio federale. Una ristrutturazione profonda e dolorosa è quindi già in atto, con conseguenze concrete per il personale, l’organizzazione del lavoro e la presenza sul territorio. L’iniziativa non interviene su un sistema “intatto”, ma rischia di trasformare una fase di risanamento in un vero e proprio smantellamento.
In Svizzera il servizio pubblico non svolge lo stesso ruolo che in Paesi con una sola lingua e una forte centralizzazione culturale. La nostra Confederazione è un Paese plurilingue e pluriculturale, costruito su equilibri delicati che non nascono spontaneamente, ma che vanno curati quotidianamente. Radio e televisione pubbliche sono uno degli strumenti principali attraverso cui si costruisce questa coesione: raccontando il Paese, dando voce alle regioni, permettendo a comunità diverse di riconoscersi in uno spazio comune. Indebolire questo pilastro significa colpire direttamente uno dei meccanismi che tengono insieme la Svizzera.
Per la Svizzera italiana, le conseguenze sarebbero particolarmente gravi. La RSI non è soltanto un’emittente radiotelevisiva: è uno dei principali datori di lavoro della regione e un attore economico centrale per il territorio. Attorno alla RSI ruota un indotto vasto fatto di aziende tecniche, società di produzione, fornitori di servizi, liberi professionisti, operatori culturali e creativi. Ogni franco investito nella produzione radiotelevisiva genera valore sul territorio, crea competenze e sostiene occupazione qualificata.
Questo ecosistema non riguarda però solo il servizio pubblico. Anche i media privati regionali svolgono un lavoro prezioso, spesso con risorse limitate. La forza del sistema mediatico della Svizzera italiana sta nel connubio tra pubblico e privato, in una relazione di complementarità e scambio. È grazie a questo equilibrio che la voce della Svizzera italiana riesce a circolare nel Paese e a proiettarsi verso l’esterno. Indebolire il servizio pubblico non rafforza i media privati: al contrario, impoverisce l’intero sistema e consegna sempre più la formazione dell’opinione pubblica a gruppi multinazionali esteri e alle piattaforme dei social media, governate da algoritmi opachi.
Tagliare il budget della RSI significherebbe spezzare questo circuito virtuoso. Non si tratterebbe solo di qualche posto di lavoro in meno, ma di un indebolimento strutturale del tessuto economico e mediatico regionale, con conseguenze su tutta la filiera dell’informazione e della produzione culturale.
Il rischio più profondo non è nemmeno quello di “non avere più una radiotelevisione in italiano”. Il vero pericolo è la perdita della produzione nella Svizzera italiana. Con risorse dimezzate, la logica sarebbe quella della centralizzazione: produzioni spostate altrove, contenuti pensati fuori regione, progressiva riduzione delle capacità produttive locali. Resterebbe forse una presenza formale, ma verrebbe meno la sostanza, con il grosso dei posti di lavoro trasferiti al di là delle Alpi.
Questo rappresenterebbe un ulteriore passo nel processo di perdita di rilevanza della Svizzera italiana all’interno della Confederazione. Negli ultimi decenni abbiamo già assistito a una marginalizzazione in termini di visibilità e peso politico. Indebolire la RSI significherebbe rinunciare a uno degli strumenti principali di rappresentazione del nostro territorio. Serve invece uno slancio di orgoglio regionale: vogliamo continuare ad avere la nostra RSI qui, forte, presente e capace di raccontarci.
Difendere il servizio pubblico non significa rinunciare alla critica. Al contrario: solo un servizio pubblico solido può essere discusso e migliorato democraticamente, anche duramente quando necessario.
In un contesto mediatico segnato dalla diffusione di fake news e da un giornalismo sempre più orientato alla rincorsa del click, un servizio pubblico forte è essenziale. Può garantire informazione verificata, approfondimento e pluralismo, tutelando la cittadinanza.
Infine, questa iniziativa si inserisce in un clima più ampio di attacco ai lavoratori del settore pubblico. I dipendenti della RSI condividono con molte altre categorie, dagli impiegati cantonali ai poliziotti, dal personale sanitario agli insegnanti, una realtà fatta di pregiudizi persistenti. Nonostante svolgano un lavoro essenziale, vengono spesso dipinti come privilegiati o poco produttivi: narrazioni false, utili solo a delegittimare il servizio pubblico.
Dire no all’iniziativa “200 franchi bastano” non è quindi una difesa corporativa, ma una scelta politica e sociale consapevole: difendere il servizio pubblico, il lavoro, la qualità dell’informazione e la dignità della Svizzera italiana.
Riccardo Mattei
Segretario Regionale Sindacato Svizzero dei Media