L'8 marzo 2026 le cittadine e i cittadini aventi diritto di voto saranno chiamati a decidere sul futuro della piazza mediatica svizzera. L'accettazione dell'Iniziativa anti-SSR non solo comporterebbe il dimezzamento del budget della SSR e la perdita di migliaia di posti di lavoro, ma avrebbe anche gravi ripercussioni sull’intero settore dei media. I promotori liquidano tuttavia queste preoccupazioni come puro allarmismo e sostengono che la SSR sarebbe perfettamente in grado di continuare a offrire un programma completo e di alta qualità anche con risorse dimezzate, in tutte le regioni e in tutte le lingue nazionali. Come ciò dovrebbe avvenire, però, non viene spiegato.
Le conseguenze di una riduzione anche solo parziale del canone sono peraltro già chiaramente visibili. La diminuzione progressiva del canone da 325 a 300 franchi entro il 2029, decisa dal Consiglio federale, insieme all'esenzione dal canone per l'80% delle imprese soggette all'IVA, provocherà un ammanco di circa 270 milioni di franchi nel bilancio della SSR. Ne scaturisce un programma di risparmio che prevede la soppressione di circa 900 posti di lavoro. I promotori dell'iniziativa liquidano anche questi fatti concreti come presunta «manovra elettorale», senza fornire però alcuna prova a sostegno di tale affermazione.
L'onere finanziario delle famiglie resta elevato
Lo slogan principale della campagna a favore dell’iniziativa recita: «Più soldi per vivere per tutti». Difficile immaginare qualcosa di più cinico. Alla conferenza stampa, a parlare dell’aumento del costo della vita sono stati proprio quei rappresentanti politici che, con le loro scelte e strategie, contribuiscono ad alimentarlo, senza però intraprendere nulla di concreto per contrastarlo. Se Rutz e consorti intendessero davvero farsi carico delle preoccupazioni delle persone nel nostro Paese, allora dovrebbero occuparsi seriamente dell’aumento dei premi della cassa malati, dell'esplosione degli affitti e dei prezzi dell'elettricità sempre più elevati, che gravano pesantemente sulle economie domestiche. Ciò richiederebbe un orientamento politico volto ad affrontare e risolvere i problemi reali della popolazione. Ma, come dimostra il loro operato politico, non lo fanno. Anzi.
La realtà è che, con l'approvazione dell'Iniziativa anti-SSR, le famiglie verrebbero «sgravate» di appena 27 centesimi al giorno, mentre al contempo verrebbe messo a rischio il servizio mediatico universale e si aggraverebbero ulteriormente le sfide che la piazza mediatica svizzera deve già affrontare oggi.
La stabilità non ha prezzo
Un altro argomento centrale avanzato dai promotori dell’iniziativa è il presunto «doppio onere» per le imprese. In realtà, già oggi circa il 75% delle imprese è esente dal pagamento del canone radiotelevisivo. Con la decisione del Consiglio federale del giugno 2024, questa quota salirà addirittura all’80%: in futuro, solo le imprese con un fatturato superiore a 1,2 milioni di franchi saranno tenute a versare il canone, il cui importo viene calcolato in base a una delle oltre 10 categorie tariffarie previste.
Un settore mediatico forte rappresenta un pilastro essenziale di una democrazia viva e stabile. La Svizzera è una piazza economica solida anche grazie alle condizioni democratiche affidabili che offre alle imprese. Questa stabilità viene però seriamente compromessa quando si indeboliscono i servizi pubblici fondamentali, in particolare nel settore dei media. Le imprese hanno quindi tutto l’interesse a contribuire finanziariamente al servizio pubblico mediatico. Tanto più che già oggi la stragrande maggioranza delle aziende non è soggetta al pagamento del canone radiotelevisivo. E con la revisione dell'ORTV, a partire dal 2027, il numero di aziende esentate aumenterà ulteriormente – anche senza l'iniziativa anti-SSR.